Due filosofi e i fondi strutturali europei …

di Enrico Martial

nota personale e disinvolta, che conserviamo qui per memoria, sui filosofi praticanti. Anche se conviene non farsi notare, in quanto filosofi.

Ieri, 21 marzo 2019, a Ginevra, all’assemblea della MOT, la Mission opérationelle trasfrontalière, ho incontrato una ricercatrice in filosofia, titolare di una borsa Curie.

Il racconto che vi propongo è per me interessante e degno di memoria. E’ un po’ tecnico, nel senso che usa parole e categorie specifiche del settore, un po’ come se due ingegneri parlassero di come è costruita una struttura, con il linguaggio a loro proprio. Cercherò comunque di essere comprensibile, con l’umiltà del caso (ma anche no).

Mi è stata presentata perché italiana. Le definizioni con cui ci si rapporta nel mondo, cioè “ricercatrice”, o “titolare di una borsa Curie” o nel mio caso “esperto di politiche europee” ci permettono di essere accettati. Il non detto è che lei ed io siamo in verità due filosofi “praticanti”, con gli studi della stessa generale disciplina alle spalle e varia vita vissuta. Entrambi dal profilo basso basso ma praticanti. Il filosofo non si fa riconoscere, affascina e preoccupa ancora oggi molta gente, come ai tempi di Socrate, per cui, per comodità, se ne parla poco.. Tra noi, ci siamo visti e capiti, in due parole, come colleghi. Ah se si potesse spiegare come affiora l’intesa …

La mia collega filosofa mi ha detto che è ospite, per un periodo di due mesi di studio e di analisi, presso la MOT, che appunto sviluppa e attua politiche, soluzioni, analisi e riflessioni sulla cooperazione transfrontaliera della Francia con i Paesi vicini. Non stiamo parlando di cose astratte, ma di politiche e scelte che comportano spesa pubblica (e privata) per centinaia di milioni di euro all’anno, e anche realizzazioni fisiche, infrastrutture.

Ed io le ho subito chiesto: “Sei una neo-aristotelica?”. E lei mi ha risposto, “Si”.
Così, era una domanda secca: e ci ho preso al primo colpo. “E cosa fai alla MOT?” ho aggiunto. “Ragiono su come introdurre un’etica nelle politiche che mettono in atto”, mi ha detto, semplicemente.

Wow. Ci ho proprio preso. Tra noi correva l’aria di chi condivide gli stessi attrezzi concettuali (filosofi colleghi) ma con la prudenza del caso, non avendo ancora misurato le proprie vicinanze o distanze filosofico-politiche. Che esistono, perché io non sono un neo-aristotelico.

Ora la spiegazione, diciamo semplificata. La filosofia morale o pratica è stata riabilitata dagli anni Sessanta del secolo scorso, un po’ nella classica contrapposizione con la razionalità tecnico-scientifica, o razionalità strumentale. Per quanto questa rinascita della filosofia pratica abbia dato luogo a produzioni che si distinguevano nettamente, per esempio con l’ermeneutica di Gadamer) dal “sapere” o sapere puro” (che poi sarebbe la scienza”) va osservato anche un risvolto politico-pratico che è degno di interesse.

Del neo-aristotelismo fanno parte anche Hannah Arendt e poi, su quel filone, Martha Nussbaum. Di Aristotele si prende infatti il “bene”, e i modi per raggiungerlo nella vita pratica. Molto semplificando, la mia collega filosofa presso la MOT cerca di mettere da parte l’approccio ingegneristico con cui tutti stiamo lavorando sui fondi europei e i problemi di frontiera (la scienza, l’epistème) e di introdurre, almeno a fianco, un approccio di filosofia pratico-politica, morale (phrónesis). Guardate, sono cose molto concrete, che finiscono per incidere sull’azione politica e sui processi decisionali, quindi sui soldi e sulle priorità, dalla Torino-Lione al tram tra Annemasse e Ginevra, all’ospedale franco-spagnolo di Cerdagna.

Non vale cioè solo la valutazione costi-benefici o gli indicatori di ricaduta a cui siamo abituati (scienza, epistème), ma va considerato anche o separatamente il “bene comune” (phrónesis). Parliamo cioè delle scelte “politiche” – usando il linguaggio comune – cioè pre- o post- sapere razionale, come fossero intuitive e fondate appunto sulla “scelta morale”). Infatti, anche nel dibattito attuale, una parte degli argomenti dice: la Torino-Lione va fatta perché va fatta, oppure non va fatta perché non va fatta, punto e basta. Oppure, se Cavour avesse fatto la scelta sui costi-benefici (approccio di razionalità strumentale) non avrebbe fatto costruire il Frejus: la sua scelta è stata ben orientata “politicamente” (verso il “bene”: dunque politico-morale, di intuizione politica, per il “bene pubblico” delle future generazioni, ecco la narrazione neo-aristotelica).

Prendiamo un po’ fiato. Il tema del “bene” in senso neo-aristotelico ricorre in gran parte del dibattito italiano. Il PD ne fu portatore con le campagne su il “ bene comune”. Il movimento di Pizzarotti riecheggia il principio chiamandosi “Italia in Comune”, sottintendendo che nella dimensione locale si sviluppano politiche che raggiungono il “bene”. Nella narrazione (semplice) del M5S il principio del bene comune è poi ricorrente, e spesso trova soluzione usando lo Stato come unico strumento capace di dare risposte a questa tendenza al “bene” (contro i nemici del bene che si fanno gli affari loro, i ricchi, gli ingegneri, le élite che si arricchiscono sull’acqua, i vaccini, la terra rotonda).

Nel dibattito politico quotidiano, infatti, il rigore dei filosofi (già difficile da mantenere) si disperde, si mescola con altre idee, altri attrezzi concettuali. Così questo perseguire personale neo-aristotelico del bene, si risolve spesso nel generale tendere allo Stato, che è il “soggetto che realizza il bene”. Siamo quindi in ritorno a neo-statalismi che erano allora influenzati da hegelismi, in cui il cittadino è contributore dello Stato. Il cittadino si trova un bel gradino sotto, facilmente iscritto in una dittatura o democratura, a sinistra come a destra. Da qui la facilità di intesa tra M5S e Lega “dopo il nord”, sul ritorno allo Stato che risolve il problema del “bene”.

Per i neo-aristotelici a noi più contemporanei, alla Nussbaum, ma anche alla Arendt, l’approccio è invece più legato alla “condizione umana”, all’agire proprio del vivere umano, cioè alle decisioni da prendere, nella vita personale e quotidiana e in quella pubblica dalle persone singole. E’ su questo piano che si poneva la mia collega filosofa alla MOT, nella consapevolezza dell’incertezza, della pluralità (esistono gli uomini, non l’Uomo), della complessità. Insomma, raccoglie almeno la mia simpatia.

Per tradurlo in un esempio, Natalie Verschelde, vice-capo unità alla DG Regio proprio per la cooperazione transfrontaliera, ieri a Ginevra ha detto che dal 2015, alla Commissione europea, si sono accorti che gli investimenti pubblici del programma Interreg, cioè i soldi (centinaia di milioni di euro) non sono sufficienti a risolvere o affrontare tutti i problemi di frontiera. e che bisogna inventare altri strumenti (al momento giuridici, cioè la proposta di regolamento della Commissione sull’applicazione dei diritti nazionali nelle zone di frontiera).

Detto in altri termini, la spesa e il procedimento ingegneristico (ragione strumentale, epistème) richiedono anche altri approcci, diversi dalla strumentazione finora utilizzata. Abbiamo messo al centro la qualità della gestione dei fondi stessi, e meno il fine (o i problemi) per cui essi vengono spesi e investiti. Vengono additati come cattivi esempi coloro che non spendono tutto nei tempi assegnati (disimpegno automatico, come per il FSE in Valle d’Aosta) senza badare agli effetti veri e concreti – sui problemi e non solo su indicatori – della spesa pubblica. L’esito più evidente, per quelli del mestiere, è il consolidarsi di beneficiari “permanenti” dei fondi europei, e di esperti che sono poi sempre gli stessi, in una famiglia chiusa.

E’ in questo punto che si inserisce la mia collega filosofa alla MOT, con gli strumenti neo-aristotelici. Tuttavia, va detto che oltre a quelli neo-aristotelici ne esistono altri, di orientamenti, che non si pongono sul piano della filosofia pratica, ma sullo sviluppo di concettualizzazioni per l’attuazione delle politiche, come le “strategie”, l’applicazione della teoria dei giochi, e tutta un’ampia letteratura sul problem solving, sull’agenda pubblica, sugli attori, sui processi decisionali ecc.

Citando la teoria dei giochi, debbo inoltre dirvi che questo piano delle “strategie” e dell’agenda pubblica, alternativo all’approccio della mia collega filosofa neo-aristotelica -si pone per la verità in continuità con la ragione strumentale, o tecnico-scientifica (epistème), in cui mi ritrovo anch’io.

E allora, ecco il momento dell’outing, se mai vi interessasse … (ahahhahah)

Perché se mi dovessi collocare da qualche parte, nelle correnti filosofiche contemporanee, dovrei dichiararmi come “neo-utilitarista deliberativo”. E’ una definizione molto precisa, che nel concreto è poi anch’essa piuttosto stretta, e quindi sia detta “broadly speaking”. Mi scappa da ridere pensando a voi che leggete.

Ho usato quella cassetta degli attrezzi neo-utilitarista quasi sempre, in particolare nel lavoro, nel programma per l’accessibilità di nove località portuali sarde, nella lobby al trattato costituzionale sul protocollo sussidiarietà (e sulla parola “montagna”), nella gestione e sostegno alla programmazione Interreg I, II, e parte del III, in alcuni passaggi politici in Valle d’Aosta e in numerosi progetti di sviluppo, di più disparata natura, dall’acqua e il cambiamento climatico nei Paesi Bassi e al teleriscaldamento di Aosta fino agli emendamenti alla legge La Loggia.

Uso questa definizione di neo-utilitarismo deliberativo (che comprende anche la teoria dei giochi) senza approfondire, ma per ammettere in aggiunta (ecco il broadly speaking) che nella vita pratica qualche volta ci si aggiusta o ci si lascia andare, sconfinando nella versione etica (consequenzialismo, lo sono stato tra i 22 e i 28 anni, ma con prudenza) o persino nel neo-kantismo (intorno ai 18 anni,e proprio imberbe). Vi è la possibilità, in famiglia, se non si sta in guardia filosofica, di fare micro-management “sostitutivo” verso la rational choice a nome di tutti, almeno però preoccupandosi però di non imporre il “bene” neo-aristotelico, cioè il proprio punto di vista “a prescindere”. Pesa per tutti la formazione giovanile, cattolica e in società nord-occidentale italiana della mia generazione, da cui bisogna prendere le misure di sicurezza ogni giorno.

E poi, quando qualche volta manca il tempo o la comprensione delle cose, viene anche più facile, per riserva, attingere alla disponibilità di norme giuridiche già esistenti che non fanno solo da cornice, ma che esprimono anche principi (politici). Le norme nella loro forma scritta e letterale, e neppure i loro principi, sono inoltre comodi sedili dell’esistente, e su questo campano i funzionari della continuità – nello Stato, nelle Regioni, nei Comuni – senza perseguire né il bene in senso neo-aristotelico (l’opera, in senso di Arendt) né la scelta razionale nell’ambito delle politiche pubbliche, spesso facendo danni o facilitando sprechi e corruzioni.

E non vi parlo della morale provvisoria in senso cartesiano, ultimo riparo in alcuni contesti …
Broadly speaking, dunque, “neo-utilitarista deliberativo”, e fino a nuovo ordine.

Ahahhahahha…. Spero che alcuni di voi si siano divertiti….

 

scritta a Torino, il 22 marzo 2019

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