De Gasperi e Bidault. La prospettiva europea delle relazioni bilaterali

di Enrico Martial

Intervento alla commemorazione dell’incontro tra Alcide De Gasperi e Georges Bidault al Santuario di Crea, il 22 marzo 1948, organizzata dal Movimento federalista europeo, sezione di Asti, e dalla Fondazione Giovanni Goria.

 

1.- Il 20 marzo 1948, due giorni prima dell’incontro al santuario di Sacro Monte di Crea con Alcide De Gasperi, Georges Bidault firmava a Torino, con Carlo Sforza, ministro degli affari esteri, il protocollo preparatorio dell’Unione doganale italo-francese. Dal 1° gennaio 1948 era entrato in vigore un altro accordo doganale, quello tra Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo; malgrado l’iniziale volontà politica, la Francia non vi potrà aderire per i contrasti con i propri ambienti protezionistici interni.

Tra il 1945 e il 1947, per Bidault e molta parte della Francia e d’Europa, il modello di riferimento era ancora nella cornice concettuale dell’equilibrio e dei rapporti di forza delle nazioni. Le alleanze e gli accordi, come quelli doganali, servivano per contenere o contrastare questo o quel paese, la Germania per esempio, o la Russia, come ai tempi della Triplice, nella logica tradizionale vestfaliana.

Poi, tra la metà del 1947 e il 1948, con l’affermarsi della Guerra fredda, vi fu un cambio di prospettiva. Gli accordi tradizionali tra gli Stati europei, del gioco di alleanze, erano di colpo superati. Andavano ormai inquadrati in un contesto collettivo e multilaterale, che aveva poi due versanti, uno europeo e uno occidentale/atlantico. Anche sul piano della difesa il meccanismo era lo stesso: il Trattato di Bruxelles tra Regno Unito, Francia, Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo del 17 marzo 1948, firmato pochi giorni prima dell’incontro a Crea, faceva da preludio al Patto atlantico del 4 aprile 1949.

Bidault fu tra i primi europei a manifestare questo cambio di visione, all’apertura della conferenza dei sedici Paesi del Piano Marshall, il 12 luglio del 1947, quando disse “E’ giunta l’ora di costruire l’Europa”. Non era solo questione di ombrello atlantico, ma anche di nuova visione delle relazioni interne europee: non più soltanto tra Stati sovrani, ma di una collaborazione che passava al piano sovranazionale.

Se si guarda alle relazioni costruite i quei mesi, tra il 1947 e il 1948, all’Unione doganale del Benelux a cui doveva partecipare la Francia e all’Unione doganale italo-francese del 20 marzo 1948, al Congresso dell’Aja di maggio 1948, al Trattato di Bruxelles, al Movimento europeo e alle posizioni dei leader di allora, si trova l’origine dell’Europa a Sei. Ai tre del Benelux, alla Francia e all’Italia, si aggiungerà la Germania, nella sua parte occidentale e nel formato di repubblica federale che nasce sia dalla Conferenza di Londra dei Paesi vincitori, tra febbraio e giugno del 1948, sia dai difficili mesi successivi.

Si deve anche sottolineare il contesto in cui avveniva questo mutamento di prospettiva, dal modello vestfaliano al multilaterismo partecipato: il 1948  fu denso di accadimenti forti e importanti, che si susseguivano senza abbassamenti di toni, dal colpo di stato in Cecoslovacchia di febbraio, alle tensioni della Conferenza di Londra tra i Paesi vincitori, dalle difficili elezioni del 18 aprile in Italia, al blocco di Berlino del giugno e al successivo ponte aereo, all’attentato a Togliatti e all’instabilità che ne seguì, per non parlare dei cambi di regime nei Paesi dell’est.

 

2.- In questo quadro si può leggere anche la ricostruzione post-bellica delle relazioni italo-francesi. Il ricordo della narrazione nazionalista più classica delle relazioni bilaterali tendeva a essere superata dal nuovo messaggio che univa ricostruzione materiale e nuove relazioni europee. Al momento dell’incontro al Santuario di Crea, sui giornali si leggevano, ancora con la tradizionale narrazione nazionale, le conseguenze del Trattato di Pace, cioè il caso della zona libera di Trieste e della rettifica della frontiera italo-francese a Briga e Tenda. Il giornale Luce (la Settimana Incom) faceva invece un racconto diverso, già nella nuova prospettiva: diceva dell’arrivo in treno di Bidault dal Fréjus, di Cavour e delle sue intuizioni di apertura, della sua stanza dove fu firmato il Trattato, della passeggiata al Sacro Monte di Crea con Alcide De Gasperi.

Sul piano politico, le questioni bilaterali avevano assunto significato e portata europea. Per Bidault, il caso del territorio libero di Trieste era per un lato questione italiana ma per l’altro problema di difesa della frontiera occidentale e dei suoi valori. Il disegno europeo e occidentale, per Bidault, come per buona parte della classe politica dell’epoca, da De Gasperi ad Adenauer, si poneva su un piano superiore e capace di dare un senso ai problemi sottostanti, per quanto gravi e dolorosi, come per i movimenti di popolazione in Germania e le rettifiche di frontiera per l’Italia. La nuova Europa – al momento occidentale e anti-sovietica – in una qualche forma doveva essere unita per affrontare i problemi comuni e anche quelli specifici. Bisognava collocare i problemi nazionali sul piano europeo e occidentale.

Va ricordato infine che il progetto europeo ebbe in sé la forza di progredire, fu collegato e non semplicemente ancillare a quello atlantico. Vi era una forza intrinseca, una volontà europea coerente con la difesa dei valori occidentali ma anche con l’intenzione di costruire un percorso nuovo. La gravità della situazione imposta dalla guerra fredda ha dato impulso alla costruzione europea, che si nutriva però anche di energia propria.

Lo si vedeva negli animi e nelle azioni. Poche settimane dopo l’incontro al Santuario di Crea, il Congresso dell’Aja, dal 7 all’11 maggio 1948, mostrò un clima politico nuovo per le relazioni europee, capace di generare speranze ed entusiasmi. Anche se prevalse la tesi della collaborazione tra gli Stati, dall’Aja nacquero idee destinate a tramutarsi in fatti, come quello della Corte suprema e di un diritto europeo sovranazionale, di una Carta dei diritti fondamentali, del mercato unico, dell’elezione a suffragio universale di un’assemblea parlamentare europea, oltre al Collegio di Bruges, al Centro di cultura di Ginevra, e allo stesso Consiglio d’Europa. Si confermava l’esistenza culturale di uno spazio europeo in cui collocare il lavoro all’interno di ogni Paese e sul piano bilaterale.

 

3.- Anche i comportamenti forniscono una chiave di lettura nel cambiamento di prospettiva “europea” del secondo dopoguerra. L’incontro di Sforza e Bidault a Torino per il trattato doganale del 20 marzo, nella cordialità personale, riecheggia un bilateralismo amichevole, ma sempre tra due Stati. Il colloquio privato di De Gasperi con Bidault, nella straordinaria cornice del Monte Sacro di Crea, assomiglia invece molto più agli attuali incontri personali tra i leader politici europei, a cui gli osservatori si sono abituati in questi ultimi decenni. Sono modi “personali” che emergono anche sul piano pubblico, che uniscono responsabilità politiche e relazioni informali. Nell’invitare il presidente del Consiglio Alcide de Gasperi a prendere la parola di fronte alla gelida platea della Conferenza di pace di Parigi, il 10 agosto 1946, Bidault disse “nous allons entendre le répresentant de la nouvelle Italie”, con un gesto in contrasto con il clima di quella giornata. Fu la Francia, e Bidault in particolare, a sostenere la posizione italiana riguardo a Trieste nelle varie trattative che si susseguivano.

E’ nella modalità dell’incontro di Crea con cui ancora oggi si costruiscono le posizioni e si cercano le soluzioni nella preparazione dei Consigli europei. Sono gli incontri informali e la facilità di comunicazione che danno sostanza all’Europa, a un contesto di appartenenza comune. I problemi da affrontare richiedono familiarità, facilità di comprensione reciproca e capacità sovranazionali, dall’Ucraina all’uso del glifosato, al dopo Brexit. Si tratta di temi importanti e gravi come lo erano allora il colpo di Stato in Cecoslovacchia del febbraio 1948, il caso di Trieste con la dichiarazione tripartita di Stati Uniti, Francia e Regno Unito di pochi giorni prima, il 20 marzo, che chiedeva il ritorno della città all’Italia.

Oltre a questa “familiarità europea”, in quella fase di passaggio nasce anche il “riflesso europeo”, cioè la comprensione del fatto che spesse volte la soluzione di una questione puntuale non si trova a livello nazionale né bilaterale, ma solo in un contesto sovranazionale e comune. Si cerca la soluzione e si decide insieme, in modo cosciente e partecipe, in casi gravi e meno gravi. Attraversiamo un periodo di nuove incertezze, e riemergono spiriti che credevamo scomparsi, neo-nazionalisti o populisti. Tuttavia, per gran parte dei temi dell’agenda pubblica, come allora, ancora oggi funziona così, con il “riflesso europeo”, in una dinamica tra le soluzioni nazionale ed europea.

 

4.- Vi sono due casi recenti che possono descrivere il nesso tra “relazione bilaterale” e “riflesso europeo”, anche per capire nel concreto i tempi nostri.

Il governo francese sta operando per rafforzare le proprie relazioni bilaterali per ridare sostegno al progetto europeo, affaticato dalla Brexit e dalle instabilità economiche e di sicurezza. Lo fa con i trattati bilaterali – Trattato di Aquisgrana con la Germania e con il Trattato del Quirinale con l’Italia, quest’ultimo appena tratteggiato e poi accantonato dopo le elezioni del 4 marzo 2018. Agisce però anche con iniziative puntuali.

Così ho partecipato a una riunione dell’INSEE (l’ISTAT francese) di Marsiglia che – sulla scia di altri esercizi analoghi con gli altri Paesi – sta ragionando sulla costituzione di un gruppo di lavoro italo-francese sui temi frontalieri, a partire dal lavoro. Ho verificato per loro cosa stia facendo la nostra ISTAT in materia, per scoprire che dopo uno studio sul frontalierato con il Ticino del 2012 e una relazione interna, è nato un esercizio bilaterale dell’ISTAT con i Paesi vicini che si è poi risolto sul piano europeo, riunendo un gruppo di lavoro con tutti i Paesi membri.

Ecco quindi il “riflesso europeo”, la necessità di fare insieme quello che non si riesce svolgere da soli, anche nella statistica. Come esito abbiamo oggi una tabella complessiva con i numeri dei lavoratori frontalieri su tutta Europa, frutto del lavoro degli enti statistici nazionali insieme ad EUROSTAT, che lo ha pubblicato nel 2017 su dati 2016. E’ parso però ancora insufficiente: da qui la volontà francese di fare ulteriori progressi sul piano bilaterale in materia di omogeneità dei dati, per nutrire quindi il piano europeo, che a sua volta reagirà con delle soluzioni comuni. E’ un modo di pensare il piano bilaterale come componente del processo europeo, non isolato, ma collaborativo e aperto.

 

Il secondo esempio riguarda le infrastrutture di trasporto. Sul piano bilaterale, da anni, Italia e Francia discutono e faticano ad ammodernare o completare infrastrutture di trasporto d’interesse comune: dal traforo di Tenda alla circolazione nella Valle Roja, al treno Cuneo-Ventimiglia-Nizza, alla ferrovia costiera, che tra Andora e Finale è ancora a binario unico come nell’Ottocento.

E’ un approccio bilaterale classico, senza riflesso europeo: il tema dei trasporti tra Italia e Francia è pieno di problemi ed era persino assente nelle lettere di mandato al gruppo di lavoro per il Trattato del Quirinale d’inizio 2018.

Infine, è l’Unione europea che ha fornito la soluzione, inserendo a giugno 2018 l’asse costiero Genova-Nizza-Marsiglia nel Corridoio Mediterraneo, quello che va da Lisbona a Kiev (e da Torino a Lione). In questo modo ne saranno facilitati programmazione e finanziamento anche con strumenti europei (la European Connecting Facility), riducendo quindi l’impegno per il CIPE, pur sollecitato dal viceministro ai trasporti di origine ligure Edoardo Rixi.

Il modo classico, ottocentesco, di pensare le relazioni bilaterali puramente tra gli Stati è ormai piuttosto raro, anche se appare in ripresa. Prevale il modo moderno, che intende la relazione bilaterale come componente del lavoro comune europeo. Si ritrova nella condivisione delle posizioni, come avvenne al Santuario di Crea tra De Gasperi e Bidault e in diversi casi di maggiore e minore successo della storia recente, dalla faticosa crisi economica del 2007, allo spazio aereo europeo, alle norme sui molti prodotti chimici, ai temi dell’indipendenza energetica, allo spazio europeo delle telecomunicazioni che ha creato un roaming per tutta l’Unione. Non è sempre facile, le polemiche non mancano, ma i progressi ci sono.

La modalità che fu allora superata, anche De Gasperi e Bidault, era nel ragionare in piccolo, davanti al proprio problema, come se si fosse soli e circondati da nemici. Come se fosse questione di mozzarelle da portare a Lione, di qualche chilometro tra Andora e Finale, di faccende degli abitanti della Valle Roja, di migranti che si concentrano a Ventimiglia o a Bardonecchia.

La novità e l’attualità dell’incontro di Georges Bidault e di Alcide De Gasperi al Sacro Monte di Crea sono tutte qui: occorrono collaborazione e visione ampia, europea. I problemi sono da risolvere insieme, e in questo modo trova vantaggio ognuno, di stabilità, di crescita economica, di progresso sociale.

 

Sono belle e chiare le parole di Carlo Sforza, nella chiusa del suo libro di memorie, sull’Italia dal 1914 al 1944:

Cento città d’Italia distrutte non possono non aver appreso agli italiani tutti cosa si rischia quando si tollerano governanti […] che si arrovellano a creare odii tra nazioni vicine mentre condizione suprema di qualsiasi vantaggio italiano, anche economico, è di cooperare alla nascita di un mondo basato sulla legge suprema di solidarietà tra le nazioni.”

 

Santuario di Crea, 23 marzo 2019

 

 

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