Tutte le perplessità statunitensi sulla Difesa comune europea

Hutchison

L’atteggiamento degli Stati Uniti oscilla tra l’incoraggiamento all’autonomia europea e un’impostazione più verticistica

di Enrico Martial
A due mesi dall’approvazione della cooperazione permanente strutturata in materia di Difesa (Pesco) a cui hanno aderito 25 su 28 Paesi dell’Unione europea al consiglio dell’11 dicembre scorso, ieri, 13 febbraio, alla vigilia dell’incontro dei ministri della Difesa Nato a Bruxelles del 14 e 15 febbraio, l’inviata degli Stati Uniti, Kay Bailey Hutchison, ha ammonito sui rischi di protezionismo e di indebolimento dell’Alleanza atlantica che possono venire dalla cooperazione europea. Sulla stessa linea si è detto il Segretario generale della Nato Jens Stoltenberg che ha ricordato i punti forti della Pesco, ma ha sottolineato la sua complementarietà alla Nato, annunciando che se ne parlerà alla riunione dei ministri.

PESCO COMPLEMENTARE, LA NATO ALLA GUIDA

È un messaggio di richiamo al concetto della Pesco delle origini, ma anche un segnale di nuova perplessità statunitense. La Pesco è stata costruita mano nella mano con la Nato, attraverso la Strategia globale di difesa approvata dal Consiglio europeo il 28 giugno 2016 e attraverso l’accordo Nato-Unione europea firmato in gran spolvero l’8 luglio 2016 al Vertice di Varsavia.

L’ambito Nato e quello europeo venivano ben distinti. La funzione complementare della Pesco avrebbe permesso di realizzare economie di scala, di rendere più interoperabili mezzi e strumenti, di fare ricerca, anche nella prospettiva di portare le spese militari dei Paesi membri europei al 2% del Pil. D’altra parte, anche solo per limitarsi alle tensioni con la Russia, le esercitazioni recenti (Anaconda e Zapad) avevano indicato che se da un lato c’era un esercito con mezzi rinnovati e una lingua sola, dall’altra agiva un coacervo di mezzi di trasporto per le truppe e anche con problemi di autorizzazioni per passare le frontiere. La Pesco ha identificato al momento 17 progetti, dal trasporto transfrontaliero ai droni sottomarini, alla formazione comune.

La concorrenza tra imprese, e la volontà di far lavorare quelle europee – Leonardo compresa – sono però manifeste, e se da un lato può essere inquadrata in un mercato aperto e atlantico della difesa, e dall’altro si sviluppa anche nelle pressioni nazionali di una competizione industriale protetta. Gli interessi in gioco sono molto forti, come avvenuto nei casi Galileo-Gps e Airbus-Boeing.

AMBIGUITÁ ANTICHE E RECENTI

Si ricorda spesso che l’atteggiamento statunitense oscilla tra l’incoraggiamento all’autonomia europea, specie nelle gestioni civili-militari, soft, di formazione e stabilizzazione – dai Balcani al Mediterrano – a un’impostazione più verticistica. Anche i differenti ambienti europei hanno punti di vista diversi: più affidabile il sistema statunitense per i militari (per esempio nella stessa Francia), più volontaristici sulla costruzione europea della difesa sono invece gli uffici diplomatici e chi disegna le strategie, anche di prossimità, a est e a sud.

D’altra parte, va anche rilevato il cambio progressivo di postura che gli Stati Uniti hanno assunto con l’amministrazione Trump, con maggiore iniziativa diretta negli scenari di prossimità europea: per esempio con la decisione di fine dicembre scorso di fornire all’Ucraina i missili anticarro Javelin, nel quadro dei disattesi accordi di Minsk II, oppure in Libia e in Medio Oriente.

Con il risultato però che a oggi non si sa chi dovrebbe far la voce grossa con la Turchia, impegnata in manovre militari che bloccano il lavoro di Eni a Cipro, nel caso Saipem 12000.

 

15 febbraio 2018

 

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