Come funzionerà il welfare del futuro

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Non solo mancheranno i soldi per le pensioni dei baby boomers, come annuncia Tito Boeri, mancheranno anche per la sanità e per il welfare. Se per il sistema previdenziale i calcoli sono noti, per il welfare sono conosciuti i dati tendenziali: invecchiamento della popolazione, aumento corrispondente della domanda di cure, con costi maggiori per le malattie degenerative e per la stessa evoluzione della medicina. Vi sono Paesi che giustificano la loro ricca bilancia commerciale con il fieno in cascina per pagare future pensioni e salute  – come la Germania – alcuni che si affidano a dotazioni patrimoniali, come la Norvegia. Tutti gli altri,  specie quelli che hanno un debito pubblico gravoso come l’Italia, devono trovare altre soluzioni. Sullo sfondo della sostenibilità economica si pone un problema di equità, se non si riesce a comporre un sistema di redistribuzione almeno comparabile con gli effetti assicurati in questi anni, pur nei suoi limiti, dal sistema sanitario unico all’inglese.

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La riflessione passerebbe sottotraccia e vi sarebbe poca luce sui pezzi da comporre per capire come sarà Il Welfare Domani, se non fosse per i vari convegni sul tema, di cui uno si è tenuto il 18 aprile scorso, in centro a Torino, nella sala San Filippo Neri. Organizzato da ANCI Piemonte, dal Fondo Assistenza Benessere FAB, dalla rete di Piccole Italie e dalla European Medical Association – EMA, ha visto la centralità dell’intervento del Sottosegretario al lavoroLuigi Bobba, che con la riforma del Terzo settore  ora in Parlamento ha fatto ben capire qual è la cassetta degli attrezzi.

Gli effetti anticipatori si ascoltavano da due esempi già in atto, nel welfare aziendale e nel welfare territoriale.  Rispetto a un sistema assicurativo di sanità complementare puramente finanziario, sia il welfare aziendale (presentato da Alberto Perfumo di Eudaimon e da Matteo Canato per Nova Coop) sia il welfare territoriale (presentato da Martina Guerra di FAB e daPietro Presti per la Fondazione Edo e Elvo Tempia)  prendono entrambi  in carico le persone e le famiglie come appartenenti a comunità (azienda o territorio quasi in senso “olivettiano”), dotate di qualche coesione e identità. L’approccio è tuttavia non-morale, non paternalistico, perché l’adesione ai servizi avviene in un mondo di libere domanda e offerta, nell’interesse materiale del dipendente o del cittadino, prevede un suo coinvolgimento attivo, rientra nell’interesse dell’azienda (per costi e reputation) così come della onlus o del soggetto profit o no-profit che finisce per esprimere finalità sociali. E’ un effetto da “favola delle api” di Mandeville, che si ritrova in qualche modo anche nei primi articoli della Costituzione, così come appunto nella disciplina del Terzo settore. Trova anche una radice storica nel Piemonte dei Santi sociali (per esempio Don Bosco) come nel resto del Paese da assunzioni dal basso di iniziative sociali e dalla mutualità storica come forma di cooperazione o di sussidiarietà orizzontale, oggi in un mercato (in linea di principio) aperto e competitivo. Va infine ricordato che queste iniziative si svolgono in un contesto per nulla secondario o poetico, se si pensa che le famiglie italiane spendono di tasca loro in sanità almeno 30 miliardi all’anno (il cosiddetto out-of pocket), per esempio oltre 600 euro a testa in Lombardia.

Sono emersi allora parole e concetti che faranno parte del prossimo dibattito politico: il cittadino diventa soggetto partecipe e responsabile delle cure, perché salta il modello verticale del servizio Stato-cittadino (le cure sono fornite gratis da un soggetto lunare e lontano): per esempio indicando il costo del servizio prestato (come già in Lombardia), pur a carico del sistema pubblico. E’ un modello attivo e partecipativo che fa parte del bagaglio della Consulta Persone in Difficoltà (CPD) come spiegava Gianni Ferrero, in cui per esempio le persone portatrici di un disagio diventano attori del loro stesso recupero con metodi di inclusione attiva, per esempio nell’Albergo etico di Asti in cui lavorano ragazzi down, o del “turismabile”, in cui abilità e disabilità si mescolano per un prodotto di lavoro e di impresa, orizzontale, vocato a finalità pubbliche e sostanzialmente esterno ai costi pubblici. In questo modo, allargando il concetto di welfare oltre i livelli essenziali di assistenza (LEA) si aumenta la prevenzione (sport per tutti, la Fondazione Tempia contro i tumori, la cura della persona di Nova Coop, il camper di FAB per la prevenzione e presa in carico, la formazione sul benessere come prevenzione di associazioni come quella del prof. Roberto Rey) con il risultato di ridurre pressioni e costi sulla sanità ordinaria.

Sono fenomeni dal basso, buone pratiche da diffondere anche nelle zone fragili (come fa la rete di Piccole Italie, Andrea Cerrato moderava l’incontro insieme a me) ma che comportano anche un versante legislativo, per esempio quello di Bobba sul Terzo settore, ma anche la riforma del modo di governare e amministrare, in cui rientrano non solo le riforme Madia o il controllo dei costi del Tavolo Massicci, ma anche la costruzione di “capacità” e funzionamenti. Il programma europeo PON Governance, come spiegava Riccardo Monaco(che ne è “Autorità di gestione”) intende creare una comunità delle buone pratiche e la messa in moto di una dinamica di miglioramenti, responsabilizzazione e “presa in carico” della Pubblica amministrazione.

E’ un mondo che sta già cambiando, che presenta esperienze e soluzioni in altri Paesi (Grazia Labate, Università di York), con una domanda di benessere e salute in uno spazio europeo aperto e globale che ha dato vita a un robusto turismo sanitario, come spiegavaAngelo Manenti di EMA, che ha bisogno di maggiori infrastrutture e mezzi per lo sport per tutti (per i Comuni italiani, come diceva Riccardo Pella, vicepresidente Anci). In Italia deve essere maggiormente governato e facilitato, come sperimentato a Torino secdondo il racconto del vicesindaco di Torino, Elide Tisi, e della direttrice Monica Lo Cascio, con le cifre dei servizi prestati, del personale impiegato e delle persone prese in carico, in un sistema ormai misto di profit e no profit, di iniziative dal basso e di pratiche amministrative.

Certo, con uno scenario alla Tito Boeri occorrerà mettere mano al centro della sanità e non solo affiancarne soluzioni di accompagnamento e complementari, o limitarsi a riflettere sul Welfare flessibile. La strada intrapresa nell’innovazione – di concetti, metodi e strumenti – sembra comunque tracciare un profilo del welfare che si prepara.

D’altra parte Luigi Bobba lo stesso giorno è andato a visitare Rinascimenti Sociali, un “incubatore per imprese sociali” collocato in una parte rinnovata di uno storico collegio di suore di Torino. Anche questa è una novità: l’area delle start up e degli incubatori ricade già nelle innovazioni.

Ma coltivare “start up sociali”, per chi lo intende, è persino oltre.

 

(su Formiche, 21 aprile 2016)

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